Cara Emily,
se stai leggendo questa lettera, vuol dire che il peggio è già accaduto, o forse ancora no ...
Come sai, mi trovavo come ricercatore nella stazione spaziale della NASA.
Qui gli scienziati cercavano ormai da diverso tempo un nuovo metodo per ottenere il colore rosso come tintura. Ti ricordi vero, che sul pianeta Terra, dopo l’ultima catastrofe, le tonalità del rosso sono tutte sparite. D’altra parte, continuare ad uccidere animali per ricavare dal loro sangue questo colore, non è certamente la soluzione migliore, non possiamo rischiarne l’estinzione.
Proprio per questo motivo, io ed il mio gruppo di ricercatori stavamo cercando una soluzione alternativa per ottenere questo benedetto-maledetto colore.
A questo proposito, io ed alcuni miei colleghi stavamo studiando un nuovo pianeta misterioso e per esaminarlo da vicino abbiamo intrapreso una missione rischiosa: il cosiddetto programma Mars.
Io, Mars Brown (avrai intuito che il programma aveva il mio stesso nome) ricoprivo il ruolo di capitano della missione. Portai con me tre astronauti: Marco Rossi, un astronauta italiano, Evie Miller, una canadese, e Hang Wang Zi, un astronauta cinese.
Dopo sette mesi di viaggio, arrivammo finalmente a destinazione sul nuovo pianeta. Staccammo l'HUB dalla navetta. In qualità di comandante fui l’unico a scendere sulla superficie del pianeta e prelevai dei campioni di terreno. Quella sera, mentre gli altri dormivano, preso dalla curiosità, mi sedetti al tavolo degli esperimenti. Mescolai uno dei campioni prelevati con acqua e altre sostanze, lo lasciai lì sopra e tornai a dormire.
La mattina seguente mi alzai presto per controllare cosa fosse successo e rimasi sorpreso: la sostanza, che si era leggermente solidificata, aveva assunto un colore acceso che ricordava il rosso del sangue.
Esclamai entusiasta: “Ci siamo riusciti, finalmente abbiamo di nuovo il colore ROSSO!”
Chiamai i miei colleghi per mostrare loro i risultati. Evie fu la prima a vedere ed ebbe la stessa reazione e poi un'ondata di stupore e soddisfazione pervase tutta la squadra.
Mandammo i nostri piccoli robot a prelevare altri campioni di terreno e iniziammo il viaggio di ritorno verso casa. Altri sette mesi passarono. Una volta arrivati, iniziammo il periodo di quarantena, come da protocollo.
Durante i primi dieci giorni, non si manifestarono particolari sintomi, anche se Evie cominciò a soffrire di una leggera nausea e mal di testa. All’inizio la sua salute non destò particolare preoccupazione, ma quando i sintomi peggiorarono, e non solo per Evie, ma anche per me e per gli altri, iniziammo tutti quanti a preoccuparci seriamente.
Nel frattempo, un gruppo di ricercatori stava proseguendo con le analisi del composto rosso e misterioso che avevo creato, cercando di comprenderne le proprietà e la composizione chimica.
I medici, invece, avviarono una ricerca per capire quale malattia potessimo aver contratto durante la nostra missione. Le analisi portarono a una scoperta: sostanze tossiche avevano inquinato il terreno alieno, alterandone le componenti e rendendole sensibili alle variazioni di temperatura: le particelle rilasciate nell'aria, innocue all’esterno freddo del pianeta, diventavano pericolose negli ambienti caldi. E noi, sfortunatamente, le avevamo portate al caldo, nel nostro HUB.
D’altra parte, regnava ancora una grande confusione. Io, infatti, ero stato il primo ad entrare in contatto e, soprattutto l’unico, a fare esperimenti con quel composto, eppure la malattia si manifestava in me in una forma meno grave rispetto agli altri.
I medici ed io stesso cominciammo a chiederci se il fatto di aver maneggiato la sostanza, mi avesse fornito una sorta di "protezione". Ma nessuno, al momento, poteva rispondere ai dubbi.
Le ricerche continuavano, ma la malattia peggiorava.
I medici, prese tutte le precauzioni, misero a confronto il sangue di un individuo sano con il nostro, ma non emerse nulla di preoccupante. Così adottarono un altro approccio: misero del sangue di un individuo non infetto e una piccola quantità del composto nello stesso laboratorio, alzando deliberatamente la temperatura, per vedere come i gas rilasciati dalla sostanza avrebbero influenzato il sangue.
I miei compagni ed io attendevamo con impazienza gli esiti dell'esperimento, ma le speranze presto furono distrutte dai risultati: alzando la temperatura i gas rilasciati dalla sostanza si erano infiltrati nelle cellule del sangue, nutrendosi dell’emoglobina e intaccando il plasma. La situazione era molto più grave di quanto avessimo immaginato.
A peggiorarla ulteriormente, le analisi del composto da parte degli scienziati mostrarono che il terreno del pianeta era principalmente formato da particelle di cloruro mercurico, un veleno potentissimo e, a causa delle alterazioni che aveva subito, queste particelle si erano trasformate in spore altamente tossiche.
La ricerca del colore rosso per la tintura passò in secondo piano, e divenne prioritario trovare una cura per noi.
La speranza era quella di scoprire una sostanza che potesse inibire la propagazione dell'infezione.
Poiché ero stato io a maneggiare il composto, venni isolato dagli altri, fui condotto in una stanza sterile e, protetto da un vetro, descrissi per l’ennesima volta l'esperimento che avevo eseguito “quella sera”.
La mia ansia cresceva ogni minuto che passava, mentre il tempo sembrava rallentare, quasi fermarsi. Mi ritrovai nuovamente a farmi mille domande: "Come se la stanno passando gli altri? Quanto tempo ci resta? C'è ancora speranza?". La quarantena stava per finire, ma ancora non potevamo uscire dalle nostre stanze.
Un paio di giorni dopo, vennero altri medici per fare nuove analisi su di me. Quando mi videro, mi chiesero come stessi, in quel momento ebbi la consapevolezza che la malattia dentro di me aveva smesso di aggravarsi. Glielo dissi e chiesi notizie degli altri. Rimasi scioccato: Caroline Miller, la prima astronauta a sviluppare i sintomi, era ormai gravissima.
La notizia mi sconvolse. Un medico, vedendo la mia reazione, mi lanciò uno sguardo di conforto, e sospirando, disse: "Mi dispiace".
Poi mi spiegarono in cosa sarebbe consistito l'esperimento di quel giorno. Visto il mio particolare comportamento verso la malattia, che ormai non progrediva più, gli studiosi avevano un'idea: avrebbero prelevato il mio sangue e lo avrebbero esposto al composto, come nell’esperimento precedente, ma in un ambiente freddo.
Due giorni dopo, alcuni medici tornarono per visitarmi. Mi dissero che l'infezione nel mio sangue era scomparsa e non c'era più traccia della malattia.
"Tu sei stato l’unico a maneggiare il composto al freddo del pianeta" dissero "Per questo forse hai sviluppato una sorta di immunità. Preleveremo ancora il tuo sangue e proveremo a creare una cura. Ma potrebbe non essere efficace per gli altri. Comunque non è finita qui, noi ci proveremo in ogni modo" poi aggiunsero "C'è ancora molto da scoprire. Stiamo solo cominciando a vedere l'inizio di qualcosa di molto più grande."
E con questa frase, mi lasciarono ancora solo nella mia stanza. Prima però ho chiesto il permesso di scrivere una lettera a mia moglie, permesso che mi è stato dato.
Ora mentre la mia penna scorre sulla carta, in simultanea nella mia mente scorre un fiume di pensieri: “Cosa accadrà? Il mio corpo ha davvero sviluppato una protezione contro la malattia? E gli altri compagni avranno la mia stessa fortuna? E cosa c'è da sapere di più sul composto? Ci darà davvero di nuovo il modo di tornare a dipingere anche con il colore rosso?”.
Le scoperte sono appena iniziate, ma ogni passo ci avvicina ad una verità che potrebbe cambiarci per sempre. E io, Mars Brown, mi trovo nel mezzo di tutto questo, senza sapere cosa ci riserva il futuro.
Emily, se stai leggendo questa lettera, sappi che ti amo, e se mai non dovessi farcela, chiedi che il pianeta su cui sono stato l’unico a scendere, per ora, e dove forse ho ritrovato il colore rosso, sia chiamato pianeta MARS dal mio nome e in questo modo quando lo guarderai, avrai sempre il ricordo di me.
Per sempre tuo,
Mars
Tarek Alsmadi – Lorenzo Bichi - Nilnethu Hetti Arachchige Esadi - Andrea Alessia Polino

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