L’avevo trovato. L’avevo trovato, non sarei più riuscito a vederlo. Ma l’avevo trovato. Era l’ora di svegliarsi, ma solo per trascorrere un’altra giornata senza lavoro, nessuno che finanziasse un mio affresco. A quanto pare, infatti, ero stato colpito da una maledizione divina: vedevo le cose non del loro proprio colore. Io ero diverso e diversi erano i colori che io vedevo nelle cose. Nessuno riusciva a comprendermi, nessuno tranne il mio maestro di bottega.
Lui era l’unico che cercava un lavoro per me. Voleva che riuscissi nel mio sogno di realizzare una mia opera, perché pensava che, nonostante le mie difficoltà con i colori, avessi un grande potenziale. Un giorno, dopo mesi di apprendistato, mi recai alla bottega e il maestro mi annunciò che era giunto il momento di realizzare il mio capolavoro. Partimmo alla volta della Domus Eburnea. Durante il cammino mi rassicurò, dicendomi che sapevo dipingere bene, che per i colori potevo chiedere tranquillamente a lui e che il proprietario e finanziatore era una persona magnanima.
Sapeva la mia storia, ma voleva che affrescassi comunque la sua domus, a patto che ci fosse anche il maestro ad aiutarmi. Arrivammo, una grande costruzione ad un solo piano con all’interno tutti i lussi che solo le ricche famiglie patrizie potevano permettersi. Due servi ci accompagnarono all’interno della casa, in una grande e spaziosa stanza. Aspettammo che arrivasse il signore della domus.
Quando entrò nella stanza ci alzammo in piedi. Lo sguardo dell’uomo si posò su di me. Nei suoi occhi notai l’espressione di ogni persona che per la prima volta mi vede: ero un ragazzo a dir poco bellissimo. Il mio corpo era muscoloso e atletico, la mia altezza mi permetteva di raggiungere anche le parti più alte di una parete mentre dipingevo, il mio volto aveva un’armonia unica, i miei splendidi occhi verdi spiccavano nell’abbronzatura della carne. I miei capelli erano leggermente ricci del colore della corteccia degli alberi, spesso scompigliati dalle mie grandi mani. Qualcuno supponeva addirittura che fossi figlio del dio Apollo. Strano no? Colpito dagli Dei e allo stesso tempo loro pupillo.
Il signore si presentò come Gaio Clinio Mecenate. “Questa sarà la sala dei banchetti. Qui ogni mio futuro ospite mangerà e presterà attenzione ad ogni minimo dettaglio, in cerca di una piccolissima ed insignificante imperfezione per criticare me e vantarsi della propria casa. La prima cosa che si nota in una stanza sono gli affreschi, soprattutto qui a Pompei. Numerosi signori sono ormai da tempo in cerca del dipinto perfetto”. Mi squadrò da capo a piedi: “Penso che tu sia l’artista adatto per raggiungere l’eccellenza. Nella bottega ho visto alcune delle tue opere. Ho sentito che i colori non sono il tuo forte, ma non posso negare che la qualità dei tuoi lavori sia eccezionale. Hai l’opportunità di raffigurare ciò che più ti piace. Lasciati guidare dalla ispirazione. Vedi di non sprecare questa grande occasione”.
Poi rimasi solo con il maestro e mi guardai intorno. Avevo pianificato ogni scena del mio capolavoro, ogni singola parte, ogni singolo dettaglio, ma adesso, guardando la vastità della sala, altre idee che tenevo nascoste da anni emersero tutte assieme, sovrapponendosi e invadendo la mia mente. L’immaginazione viaggiava veloce, ma si fermava sempre nello stesso punto: e i colori? Mi era stata offerta un’occasione così grande che non avevo considerato le potenziali conseguenze di un mio fallimento. Se avessi scambiato il viola con il rosso? Se non fossi riuscito a distinguere più di due colori in una scatola che ne conteneva dieci? Cosa avrei fatto a quel punto? Proprio mentre ero perso in queste mie insicurezze, il maestro mi richiamò alla realtà. Per festeggiare mi portò nella sua casa.
Continuavano ad arrivare servi con anfore e anfore di un buon vino, rosso a quanto pare. Fu quella sera che notai per la prima volta che il mio maestro aveva un problema con il vino, non riusciva a contenersi. Mi confessò che da quando era stato cacciato dalla sua bottega da Roma, si rifugiava nel vino, che alcuni ormai lo chiamavano l’ubriacone dell’Urbe e che forse lo era davvero. L’indomani iniziai a fare degli schizzi nella parte in ombra della sala, così da lasciare la parete più illuminata per ultima. Pian piano le mie idee presero forma.
Minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, mese dopo mese, la mia mano viaggiava sulle pareti della domus, tracciando linee, forme e contorni unici. Non pensavo ancora ai colori, con quelli mi avrebbe aiutato il maestro. Ero felice, finalmente. Un giorno però il buio più totale calò sulla mia carriera: ero ufficialmente senza speranze. Il maestro quella mattina si presentò alla domus sbronzo. Il padrone, che era passato per controllare lo sviluppo dei lavori, si infuriò come una belva, nei suoi occhi potevo notare fiamme d’ira, che pareva Marte. Discussero, urlarono, finchè un gruppo di schiavi prese di forza il maestro e lo trascinò fuori dall’abitazione e quella fu l’ultima volta che lo vidi. Ero rovinato. Credevo che il padrone mi avrebbe cacciato visto che non riconoscevo i colori e per di più ero l’allievo di un ubriacone, invece continuò a farmi lavorare come se nulla fosse accaduto. Ma ero rovinato comunque.
Erano passati esattamente otto mesi e ormai avevo finito l’affresco. Mancava solamente la stesura del colore, ma io i colori non li vedevo. Mi detti da fare e iniziai a selezionare con cautela i colori che riuscivo a distinguere, talvolta anche con l’aiuto dei servi che mi avevano affiancato fino dall’inizio dell’opera. Parete dopo parete stavo finalmente riuscendo a completare l’opera. Incredibilmente rimaneva solamente una parete da ultimare, quella centrale, quella che avrebbe attirato l’attenzione di ogni singola persona, l’eccellenza, la perfezione. Il dipinto raffigurava un uomo a cavallo. Un condottiero dell’esercito romano nel momento in cui sguainava la spada.
Ormai mi rimaneva solamente un particolare da pitturare: il mantello del generale e il colore del mantello doveva essere rosso. Avevo stabilito che doveva avere un tono ben preciso, ma quel colore non si trovava. Passai mesi e mesi alla ricerca del colore perfetto, ma il colore perfetto non c’era. Forse non esisteva, eppure doveva esistere. Avevo fatto selezionare dal mio servo più fidato tutti i toni di rosso esistenti. Era diventata una vera e propria ossessione per me. Un giorno mentre lavoravo nella sala della domus, successe un evento sovrannaturale. Gli dèi scagliarono la loro ira proprio su di me, ne ero sicuro. Provavo un nuovo colore che dopo settimane di attesa era arrivato da Roma, quando la terra tremò. Tremò così forte che alcune case vennero distrutte. Uomini, donne e bambini morirono sotto le macerie, la città era in preda al terrore. Le giornate seguenti la terra continuò a ribellarsi, gli innumerevoli sacrifici non bastavano a placare l’ira dei numi. Gli indovini vedevano solo rovina nelle loro profezie. E il bello doveva ancora arrivare.
Era da circa una settimana che la terra si era fermata, negli altari gli anziani e le donne preparavano bestie immacolate da porgere come ringraziamento alle divinità. Quella mattina ebbi una illuminazione: mi ricordai che nella vecchia bottega del maestro c’era un colore davvero molto particolare che poteva essere quello giusto per il mio mantello. Entrai nella piccola costruzione, ormai abbandonata e per metà crollata. Facendo attenzione a non inciampare mi addentrai nella “dispensa” dei colore, così la chiamavamo. Rovistai ogni angolo fino a quando non lo vidi: dentro a una grande anfora, un colore intenso. Feci molta fatica per arrivare a prenderlo, ma ci riuscii. La terra, però, tremò di nuovo e questa volta un enorme boato spaccò l’aria.
Sarei dovuto uscire e avrei dovuto controllare cosa stesse accadendo. Invece rimasi là sotto, a cercare di capire se il colore trovato fosse quello giusto. Trovai un lume, lo accesi e fissai il colore. Non ci potevo credere. Non di nuovo. Avevo fallito miseramente. Con il tempo avevo imparato a capire come le altre persone vedessero i colori e quello che avevo in mano era tutto meno che il rosso che volevo io. Le grida della gente mi fecero riprendere da quella ennesima delusione e mi decisi a uscire. Ciò che vidi fu indescrivibile: l’aria non era più aria, ma un insieme di polvere e detriti, densa e calda, non si respirava. Nel cielo, solitamente luminoso, era scomparso il Sole.
La terra continuava a tremare, le abitazioni crollavano, le persone correvano in preda al terrore. Eravamo sprofondati nell’Ade, non c’era altra spiegazione. Mi voltai in direzione della domus e fu allora che lo vidi: un fiume che scendeva dal monte che da sempre faceva ombra su Pompei. Il respiro si faceva attimo dopo attimo più faticoso e i battiti del mio cuore rallentavano. Il mondo attorno a me si faceva più ovattato, gli occhi a fatica restavano aperti. Ma io ero ancora fermo davanti alle rovine della bottega a guardare quella scia di fuoco liquido. Era l’eccellenza del rosso. Era la perfezione. Poi non c’era più nulla. Buio.
Lavinia Giannettoni, Riccardo Zeppi, Orso Cipriani, Elia Domenichini, Anjalika Perera

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