ETNA: eterna imponenza tra mitologia e realtà


‘Tutto ciò che la natura ha di grande, tutto ciò che ha di piacevole, tutto ciò che ha di terribile, si può paragonate all’Etna e l’Etna non si può paragonare a nulla.’  Dominique Vivant Denon.


Nel corso della storia l’Etna, il vulcano più alto d’Europa e uno dei più attivi al mondo, è stato raffigurato pochissimo in confronto al suo omologo campano, nonostante a partire dalla mitologia classica (era infatti considerata fucina di Efesto e dimora di Polifemo) sia stato una costante in alcuni degli eventi più importanti della storia, pur assumendo significati spesso quasi allegorici .

La prima raffigurazione ci giunge solo nel ‘500, realizzata dall’olandese Franz Huys. Il vulcano in questo caso fa da sfondo a una battaglia navale avvenuta nel 1552 tra la flotta asburgica e quella ottomana nello stretto di Messina. Tuttavia si tratta di un paesaggio ideale, un grande teatro storico, nel quale come ci dice il testo, la battaglia è esito di un piano divino e il vulcano simboleggia l’anima mundi (anima del mondo) che governa e determina le azioni dell’uomo e le manifestazioni della natura.  Nel Seicento, il vulcano diventa un soggetto più frequente nelle mappe e nelle opere d’arte. Un esempio che abbiamo trovato significativo è l’affresco di Giacinto Platania, che racconta ‘la Grande Ruina’ una delle eruzioni più disastrose nella storia di questo vulcano, in quest’opera troviamo rappresentato in modo didascalico e crudo come la lava abbia cambiato per sempre il profilo topografico e il paesaggio circostante. Nonostante il punto di vista sia lo stesso delle mappe di Catania, l’attenzione si concentra sul fiume di magma che sgorga inarrestabile dalle bocche eruttive, con tutta la disperazione che porta con se un avvenimento del genere.

Nel Settecento e Ottocento, l’Etna assume un valore simbolico legato invece al concetto romantico di sublime e pittoresco. Diventando anche protagonista delle cartoline per viaggiatori come quelli che prendevano parte al Grand Tour, le successive eruzioni non riusciranno a riportare il focus sulla sua immagine di devastatore. Dominique Vivant Denon lo descrive come una manifestazione estrema della natura, mentre Letterio Subba nel 1834 lo dipinge incorniciato dalle rovine di Catania, evidenziando la tensione tra la forza distruttrice del vulcano e la resilienza umana. La vista del vulcano da Taormina diventa l’inquadratura più amata dai pittori dell’epoca, come Karl Christian Sparmann e John Singer Sargent, che lo rappresentano come una scenografia naturale. 

Nel Novecento, il Futurismo siciliano stravolge la tradizionale iconografia dell’Etna. Giulio D’Anna nel 1930 raffigura il vulcano in chiave quasi dinamica, associandolo alla modernità e alla velocità con una vista dal cielo che restituisce al vulcano l’energia primordiale da cui secoli prima è stato originato. Successivamente, Renato Guttuso restituisce un’immagine più drammatica e potente dell’Etna con il dipinto Eruzione dell’Etna (1983), in cui la lava, come in un ossimoro, diventa un simbolo di vita e morte, distruzione e fertilità. Un altro aspetto interessante è il confronto con il Vesuvio: se quest’ultimo è stato rappresentato più spesso per la sua vicinanza a Napoli e Pompei, l’Etna sembra aver mantenuto un’aura più misteriosa, legata alla mitologia e alla sua imprevedibilità.  Da questo testo abbiamo compreso come questa “scenografia naturale” all’apparenza uno dei tanti monti che possiamo trovare nel nostro Paese sia riuscita in realtà con la sua atmosfera quasi magica ad ispirare artisti di ogni epoca, dimostrando come il vulcano sia non solo una realtà geografica, ma anche un potente simbolo culturale, mai fine a se stesso e capace di smuovere ancora gli animi di intere generazioni nonostante il passare del tempo. 


Agnese Chiereghin 

Francesco Moran



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