Un altro autore che rappresenta l’imponenza del tempio è Jean-Pierre Houel, che nel 1776, dipinge il tempio visto di lato, ma da lontano, in modo da osservarlo in tutta la sua grandezza. Egli non rappresenta la vegetazione, ma alcuni uomini, per sottolineare la grande dimensione in scala dell’edificio.
Diversa è, invece, la rappresentazione di Joseph Frederic Debacq del 1828, eseguita dall’interno. Sfumando con un colore sempre più chiaro si percepisce un senso di profondità e sfondamento della lontana parete; inoltre il senso della piccolezza umana è accentuata dal nascondersi del punto di vista dell’osservatore dietro una colonna in primo piano.
Altri autori rappresentano il tempio completamente immerso nella natura: nel dipinto di Achille Etna Michallon il tempio è quasi invisibile a prima vista: ciò che cattura l’occhio è la natura circostante. Solo facendo attenzione notiamo il tempio in lontananza sbiadito rispetto ai colori circostanti.
Anche nel dipinto di Jakob Phillip Hackert del 1778 sono presenti elementi naturali e sembra esserci una lotta tra il predominio del tempio, situato in alto, e la natura circostante.
Cosa vogliono trasmettere queste rappresentazioni?
Partendo dalla più antica in ordine cronologico, del ‘700, si arriva a quelle dei primi decenni dell’900. Con l’illuminismo del ‘700, il pensiero dominante è stato quello della ragione che è capace di prevalere sulla natura. Per questo nelle opere di H. E. Michallon il tempio è collocato in alto nel panorama naturale come se potesse dominarlo.
Nel 1932 l’opera di Escher rappresenta lo schiacciamento al cui l’uomo si sentiva sottoposto in un’epoca di grandi conflitti. Era appena finita la prima guerra mondiale e sarebbe iniziata a poco la seconda.
Il modo di rappresentare il tempio cambia con i vari periodi storici e questo è dovuto alla forte influenza sull’immaginario degli singoli artisti.
Chiara Bartolini e Silvia Micheletti

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