Nel 1970, in Sudafrica, nacque un bambino di nome Banu. I suoi genitori, entrambi neri, erano schiavi di una famiglia bianca di proprietari terrieri; la loro vita era, perciò, segnata da discriminazioni e povertà.
Il giorno in cui Banu venne al mondo era uno come tutti gli altri; mentre lavorava, la madre senti forti contrazioni e subito le sue acque si ruppero. Corse da suo marito, che chiamò la levatrice del villaggio. Il parto non fu difficile ma, appena la donna vide la testa del neonato, restò stupefatta: il bambino era "diverso" da loro e da tutto il resto del villaggio; aveva una rara condizione genetica: lui era albino. La sua pelle era chiarissima, bianca come il latte, e ciò per lui rappresentò una condanna per tutta l'infanzia e l'adolescenza.
Banu non apparteneva né ai neri, come suo padre e sua madre, né ai bianchi, che lo consideravano inferiore poiché proveniente da una famiglia di schiavi.
Gli altri bambini neri non capivano chi fosse, non lo ritenevano uno di loro e lo chiamavano fantasma, a causa della sua carnagione chiarissima.
Anche i loro genitori, nonostante fossero loro stessi discriminati dalla società bianca, non capivano come potesse essere nato così e lo consideravano come uno “straniero”.
I bambini bianchi, invece, lo guadravano perché per loro il bambino era simbolo di schiavitù e non volevano confondersi con l'altra razza. Banu, di conseguenza, si sentiva costantemente solo e vulnerabile; spesso si rifugiava nei libri per cercare di trovare risposte a domande a cui nessuno sapeva rispondere. Tutti i giorni si chiedeva perché non potesse essere come gli altri e desiderava solamente essere parte di una comunità e avere degli amici.
Un giorno, quando Banu aveva circa dieci anni, accadde una cosa che cambiò tutto. Durante una festa di paese, i bambini del villaggio, sia neri che bianchi, si ritrovarono a giocare insieme. Nonostante le discriminazioni tra le due razze, la festa era riuscita a creare un'atmosfera di allegria che sembrava aver eliminato le disuguaglianze tra di loro. Fu proprio durante questo evento che uno dei bambini bianchi, un ragazzo di nome Peter, inciampò e cadde. Banu, che stava osservando da lontano, corse immediatamente per soccorrerlo e con sua grande sorpresa, Peter lo guardò negli occi sorridendo e ringraziandolo per l'aiuto.
Quelle semplici parole scatenarono moltissime nuove emozioni nel ragazzo albino. Da quel momento in poi, Banu iniziò ad essere visto in modo diverso.
I bambini neri, vedendo l'atto di gentilezza verso Peter, cominciarono a guardarlo con occhi nuovi; non era più solo un "fantasma", ma un ragazzo come loro, che poteva aiutarli e che poteva essere un amico. Anche gli altri bambini bianchi, pur con qualche esitazione iniziale, capirono che Banu non era poi così diverso da loro, e che in fondo il colore della pelle non era motivo di inferiorità, come gli era stato insegnato dai loro genitori.
Passarono gli anni e Banu divenne un giovane uomo; all'età di circa trent'anni fu invitato a parlare in una scuola del villaggio, un luogo dove ancora era fortemente radicata la discriminazione tra le razze.
Si sentiva emozionato ma, allo stesso tempo, pronto a condividere la sua esperienza. Quando entrò, si trovò di fronte una moltitudine di studenti sia bianchi che neri; in quel momento si rese conto di quanto il suo discorso sarebbe stato importante per abbattere le discriminazioni razziste, che ancora persistevano tra le mura all’interno del villaggio.
C'era tensione nell'aria, Banu respirò profondamente e cominciò a parlare con voce calma, ma decisa. Iniziò parlando di come, quando era bambino, il suo aspetto avesse rappresentato per lui un motivo di giudizio da parte delle altre persone e di come, con il tempo, era riuscito a capire che la sua pelle chiara lo rendeva semplicemente unico e non inferiore agli altri. Mentre parlava, i ragazzi lo guardavano attenti, con sguardi pieni di curiosità. Continuò parlando di quel giorno di venti anni prima, in cui tutto venne
cambiato. Erano stati un semplice sorriso e un grazie che gli avevano permesso di capire che non importa quanto siano diversi i nostri volti o la nostra pelle, ciò che conta davvero e come trattiamo gli altri. Spiegò ai ragazzi che vedendo qualcuno diverso da loro non avrebbero dovuto discriminarlo, ma piuttosto imparare a conoscerlo e capire la sua storia.
Al termine del suo discorso, Banu guardò i ragazzi, consapevole del fatto che non tutti avrebbero cambiato subito idea, ma con la speranza che almeno qualcuno avesse colto le sue parole.
Molti dei ragazzi applaudirono e Banu capì di aver raggiunto il suo obiettivo, diventando, così, simbolo di una generazione che non avrebbe più permesso che le persone venissero giudicate per il colore della loro pelle.
Emma Cresti, Federigo Franceschelli, Leoncini Gaia, Vittoria Maria Marcucci, Francesca
Salaris, Matteo Sartini, Rachele Tommasi

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