Era una mattina come le altre. Il robot come suo solito alle sette in punto svegliò François, che sbadigliando, si alzò come sempre per fare colazione. Finita la consueta zuppa rossa di Clob, si vestì con gli abituali vestiti rossi, prese il visore e uscì con l’idea di visitare una mostra d'arte nella piazza centrale della grande iperpolis.
Si fece spazio tra la folla che ammirava i techno-pagliacci fare qualche semplice trucco, poi decise di cambiare strada rispetto al tragitto previsto dal suo VR e all’improvviso si fermò colpito da uno strano cunicolo.
Era una via che non aveva mai fatto, eppure credeva di conoscere perfettamente la città marziana. Mentre si guardava attorno, per poco una Tesla model Q40 non lo investì. François fece un balzo, ma si sporcò di sabbia il cappotto.
Sbuffò: "Maledetto questo rosso! È impossibile distinguere la strada dal cielo!".
Subito però si zittì, da dietro l'angolo sbucarono dei robot-militari che gli si dirigevano contro armati di tutto punto: blaset, razzi con propulsioni e molto altro. Nella sua città era vietato odiare il colore rosso.
François reagì velocemente, entrò nello strano cunicolo e si nascose.
Notò una strana scritta in fondo alla strettoia. Si avvicinò e lesse: "Macchina del tempo con tele-trasportatore di molecole".
Rimase congelato alla vista del macchinario, dalle leggi marziane era stato reso illegale ed era una rarità trovare qualcosa di simile.
François udì un rumore alle sue spalle. Si voltò velocemente, dietro di lui c'erano i robot- militari che lo avevano scoperto. Si mise a correre, ma gli rimase un'unica via di salvezza: la macchina del tempo con tele-trasportatore di molecole. Corse a perdifiato e ci si chiuse dentro. I robot provarono ad abbattere la porta, ma resistette.
François ci mise un po’ a riprendersi e dopo qualche attimo iniziò parlare da solo: "Perché il rosso… non è nemmeno bello". All'improvviso la macchina si sollevò da terra girò tre volte su sé stessa e sparì.
Anno 1870, a detta del computer. Il bollore nella miniera era devastante, il fetore insopportabile, starci dentro massacrante. L’afa rendeva il lavoro impossibile e, talvolta, anche la vita. Il giorno prima erano morti in tre. Non se ne conoscevano le cause, ma come avevano detto molti scrittori del passato, i minatori cadevano come foglie.
François scese dalla sua macchina del tempo e vide, anche là, molto rosso, ma non il solito a cui era abituato. Era una miniera di cinabro.
Vide un minatore. Aveva i pantaloni strappati e sporchi e una maglietta molto larga, era solo un bambino. Quando si avvicinò per parlargli, vide anche che aveva ferite sul volto. Gli chiese il nome, ma quello non rispose e si girò a continuare a picconare. Continuò a fissarlo per alcuni minuti, finché lo vide soddisfatto: dopo una fatica immane era riuscito a estrarre un po' di cinabro.
François si commosse alla vista: un bambino così piccolo, ma che si dedicava a così tanta fatica. Lo vide stendersi a terra senza forze, ma stava sorridendo. Odiò quel colore ancora di più: causa di tanto dolore e morte.
Dopo, però, cominciò a sentirsi in colpa, perché quegli uomini si spremevano per una ricchezza che per lui ormai era banale.
Fu una conclusione spiazzante per François, che scappò rapido dalla miniera verso la macchina. Doveva andarsene, cambiare tempo e spazio.
Anno 1604 Roma, ancora a detta del computer. Scese in un vicolo, nascose il mezzo e si incamminò.
Alzando lo sguardo, i palazzi gli parvero più bassi rispetto a quelli del suo pianeta e con balconi in ferro battuto da cui pendevano panni di mille colori: una liberazione.
La luce del sole filtrava tra le mura in modo diverso da come brillava su Marte. François continuò attraversando piazze e fontane, con forme sinuose e toni dorati, poi si trovò di fronte ad una chiesa con una architettura che ormai non veniva più usata nella vita del futuro.
Là vicino vide una vecchia struttura con un enorme portone. “C’è nessuno?” disse François intimorito, nessuna risposta. Il ragazzo entrò, non ci furono obiezioni. Al centro della stanza c’era un uomo in piedi che, con un rametto levigato con dei peli all’estremità, cospargeva una tela con del liquido colorato. Sul foglio stava prendendo forma un’immagine.
“Pittura!” esclamò il ragazzo, ricordandosi il nome di quella tecnica ormai così antica da essere stata quasi dimenticata.
Sulla tela era disegnata una donna stesa in terra. Il quadro era dipinto solo di nero e marrone, ma il pittore stava aggiungendo un tocco di quell’odiosissimo, accecante ROSSO.
“Fermatevi! Vi prego!” urlò François. L’uomo si girò e si accorse della sua intrusione.
“La vostra opera è così bella, non rovinatela con un colore così fastidioso! Lasciate che l’occhio di chi guarda si perda nella perfezione del vostro tratto, senza che quella calamita lo intrappoli in un solo punto”.
Il pittore lo fissò, e, senza preoccuparsi di chi fosse quel fanciullo, rispose come un maestro fa con un alunno: “Perché dovrei lasciare la decisione a chi guarda?”.
François ora era in ascolto.
“Io ho il potere di fare di questo misera tela bianca un capolavoro. Io ho l’inutile, ma inebriante potere di guidare l’occhio di un uomo, di fargli provare ciò che io decido, di fargli apprezzare la bellezza”.
François continuò: “Ma se un quadro fosse totalmente dipinto di colore rosso, non credete che perderebbe valore? Non pensate che diventerebbe accecante? Vi assicuro che avere il colore rosso davanti agli occhi ogni singolo giorno fa impazzire”.
“Prima di tutto, se conosci un pittore che può permettersi tanto cinabro, presentamelo. Inoltre, nel vostro caso, non credo che il problema stia nell’abbondanza di rosso, piuttosto invece nell’assenza di altri colori e dunque nell’incapacità di un uomo di immaginare un paesaggio diverso”. Dopodiché il pittore tornò al lavoro.
Il ragazzo si diresse nel vicolo dove aveva nascosto il suo mezzo di trasporto.
Le parole del pittore lo avevano colpito. Il suo viaggio non era servito per scappare, ma per conoscere. Adesso sentiva che doveva tornare a casa e, se mai si fosse di nuovo stancato della monotonia di Marte, avrebbe potuto… “Computer! Trovami degli strumenti per la pittura, tecnica usata fino al 2250”. Tele, pennelli, colori. Pensò di provare a ricreare la miniera, i boschi e la città, innanzitutto però fece un cerchio rosso al centro.
Da lì sarebbe cominciato tutto.
Andrea Dennis Maxim, Nicolas Leone Meoni Sarroca, Sofia Migliorini, Maddalena Rossini

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